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La Chiesa del viandante Santi Claudio e Caterina è stata edificata nell'anno 1712 nell'ambito della Villa realizzata dall'alto prelato francese Claudio Le Maire Vignati, operante presso il Vaticano con l'incarico di Sollecitatore delle Lettere Apostoliche, durante il pontificato di Clemente XI, nato Giovanni Francesco Albani.
Con accesso diretto sulla vecchia strada di collegamento tra Palombara Sabina e San Polo dei Cavalieri, la Chiesa rientra nella categoria delle cosiddette "Chiese del viandante" del Lazio. Le Chiese del viandante non costituivano una rete ufficiale né un sistema codificato, ma rappresentavano una realtà diffusa e coerente, fatta di piccoli edifici sacri sorti lungo antichi percorsi di transito. Tra la Tuscia, l'area tiburtina e la Ciociaria - in un territorio che va idealmente da Sutri a Tivoli e prosegue verso i monti Ernici o Simbruini - queste chiese testimoniavano un rapporto profondo tra mobilità, devozione e paesaggio. La loro origine risale al Medioevo e si sono diffuse nei secoli successivi fino al 1700, quando il territorio era attraversato da una fitta rete di vie: non solo le grandi direttrici come la Cassia o la Tiburtina, ma anche strade secondarie mulattiere, tratturi e percorsi pastorali. Lungo queste vie si muovevano pellegrini, mercanti e, soprattutto, pastori impegnati nella transumanza stagionale tra le aree montane e le pianure. In questo contesto nacquero piccoli luoghi di culto destinati a offrire protezione spirituale e punti di riferimento lungo il cammino. Esempi significativi di questo fenomeno ancora esistenti sono Santa Fortunata a Sutri, la Madonna delle Grazie a Jenne, San Giorgio a Vico nel Lazio, San Rocco al Piglio e la Madonna di Loreto a Guarcino. Tutte condividevano una posizione marginale rispetto ai centri abitati: si trovano fuori dalle mura, lungo salite, valichi o incroci di sentieri, a indicare chiaramente la loro funzione di presidi per chi era in movimento.
Dal punto di vista architettonico, queste chiese si distinguevano per la loro semplicità: edifici di piccole dimensioni, spesso a navata unica, costruiti con materiali locali e privi di decorazioni elaborate. Non di rado sono accompagnati da elementi funzionali come un portico o la vicinanza a una fonte d'acqua. Le dedicazioni ricorrenti - alla Madonna sotto vari titoli, a santi come Rocco o Giorgio - riflettono una religiosità pratica, legata alla richiesta di protezione durante il viaggio contro i pericoli naturali o le malattie. Oggi molte di queste chiese sono in stato di abbandono o sopravvivono come ruderi, conseguenza della perdita delle funzioni originarie legate alla mobilità lenta e alla pastorizia. Tuttavia, alcune continuano a vivere attraverso feste locali e processioni, mantenendo un legame con la memoria collettiva delle comunità. Più che monumenti isolati, esse costituiscono un vero e proprio "paesaggio devozionale del movimento", una rete silenziosa che racconta un modo antico di attraversare e abitare il territorio.
A Palombara una chiesa gemella era presente presso la Villa Aureli, a circa 400 mt di distanza sulla via maremmana, ma è stata demolita negli ultimi decenni del 1900 in quanto in pessimo stato di conservazione e praticamente diroccata. Anche la chiesa dei Santi Claudio e Caterina ha subito gravi danni: intorno alla fine del 1800 fu devastata da un incendio che distrusse gli affreschi presenti e rese inagibile la copertura. Attualmente sono rimaste a testimonianza delle decorazioni settecentesche frammenti di pittura all'interno di due piccole nicchie ai lati dell'affresco principale. A seguito di tale evento l'accesso su strada e le finestrelle della facciata vennero murate e la chiesetta rimase con la sola funzione di cappella privata annessa alla villa. Un primo importante intervento di restauro ha avuto luogo tra la fine degli anni '30 e i primi anni '40 del secolo scorso. L'intervento ha riguardato il rifacimento della copertura con la realizzazione di un tetto a capriate e la progettazione ed esecuzione dell'affresco sulla parete di fondo della navata, dietro l'altare. Anche la realizzazione dell'altare risale a questo primo intervento di radicale restauro che consentì di procedere nell'estate del 1943 alla riconsacrazione della Chiesa, oggi dedicata a S. Giovanni Bosco e a Maria Ausiliatrice, ai quali erano devoti il notaio Alberto Pompili ed il figlio Vincenzo proprietari e promotori del recupero, ex allievi dei Salesiani.
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La definizione e la realizzazione dell' affresco sulla parete principale è stata affidata al pittore romano Corrado Schiavetto che cominciò a lavorarvi negli anni 1938-40. Richiamato in servizio presso l'aeronautica militare per lo scoppio della guerra, dovette allontanarsi da Roma lasciando l'opera incompiuta.
L'affresco fu completato nel 1960 dal pittore Franco Pompili di Palombara Sabina, con alcune modifiche rispetto al bozzetto. Nei tre riquadri presenti nella parte più alta infatti, anziché l'Annunciazione e di due episodi della vita di San Giovanni Bosco, sono state rappresentate varie tipologie di angeli con le sembianze di appartenenti alla famiglia Corradini-Pompili, proprietaria della villa. La parte centrale dell'affresco rappresenta Maria Ausiliatrice e San Giovanni Bosco, ai quali il proprietario notaio Alberto Pompili e la consorte Emilia Corradini inginocchiati offrono e dedicano la chiesa, inseriti nel paesaggio in cui si distinguono la villa, Palombara Sabina e il Monte Gennaro. Il committente indossa l'abito degli appartenenti alla Compagnia della Buona Morte (popolarmente detti "babbocci"), confraternita con la finalità di "accompagnare" gli aderenti nell'ultimo viaggio e partecipare alla processione del Venerdì Santo. Ai lati dell'affresco principale sono rappresentati i Santi Claudio e Caterina, originari dedicatari della Chiesa. Il primo con i paramenti di Vescovo di Besançon (685-696), il cui culto era molto diffuso in Francia (evidente motivo della scelta da parte del monsignore Le Maire Vignati) mentre la Santa del IV secolo, originaria di Alessandria d'Egitto, ha con sé la ruota del supplizio che miracolosamente si ruppe. Da notare che i volti dei due Santi non erano stati completati dal pittore Schiavetto e sono stati realizzati nel 1972 dal pittore palombarese Gianni Ranaldi con le sembianze del sacerdote Ruggero Corradini e della signora Rina Della Rocca, moglie del notaio Vincenzo Pompili, figlio di Alberto. Don Corradini, fratello del primo capostipite della famiglia attualmente proprietaria, fu tra l'altro colui che per primo abitò stabilmente nella villa e che nel 1900 vi piantò i caratteristici pini, scavò il primo pozzo e realizzò un allevamento di bachi da seta. Infine, visto che il decisivo restauro della chiesa con la realizzazione ex-novo dell'affresco risale agli anni '30 del 1900, appare suggestivo immaginare che le originali decorazioni in ceramica dorata presenti a ornamento dell'affresco (corone della Madonna e del bambino, aureola con 12 stelle e fibbia del mantello) siano state immaginate dall'esecutore, esperto ceramista, ispirandosi al celebre dipinto della Madonna del rosario di Pompei. In quello stesso periodo infatti venivano conclusi, con grande risonanza, i lavori per la realizzazione del santuario da parte di B. Bartolo Longo e il dipinto ivi custodito presenta analoghe decorazioni.
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Pittore, ceramista, restauratore e decoratore, la figura di Corrado Schiavetto si colloca in una dimensione particolare dell'arte italiana del Novecento: quella degli artisti attivi nel tessuto vivo della città e del territorio, più che nei grandi circuiti ufficiali. Formatosi in un ambiente ancora legato alla tradizione figurativa, Schiavetto operò nel contesto romano gravitante attorno a Via Margutta, mantenendo però una posizione autonoma e difficilmente incasellabile in una corrente precisa. Più che aderire a una vera e propria "scuola", Schiavetto si muove all'interno di quella che si può definire una tradizione figurativa erede della Scuola Romana ma aperta a contaminazioni tra realismo, decorazione e arti applicate. La sua attività si distingue soprattutto per il lavoro nell'ambito della decorazione con la capacità di intervenire nello spazio, di dialogare con l'architettura e con la funzione degli ambienti. Lavora per cinema, alberghi, teatri, edifici pubblici, realizzando decorazioni e opere in ceramica, e porta avanti una concezione dell'arte come elemento integrato nella vita quotidiana. Anche il suo rapporto con i luoghi religiosi va letto in questa chiave. Dal punto di vista stilistico, Schiavetto rimane ancorato a una figurazione leggibile, lontana dalle avanguardie più radicali del secondo Novecento.
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Pittore di Palombara Sabina appartenente ad un ramo della famiglia proprietaria della villa, è stato anche pubblicista e un appassionato storico del territorio che ha raccontato in numerose pubblicazioni. Formatosi in una tradizione ancora legata al disegno e alla resa del reale sviluppa un linguaggio personale che, pur mantenendo un riferimento riconoscibile alla realtà, tende a una progressiva sintesi delle forme e a una maggiore intensità espressiva.
La sua produzione si concentra soprattutto su figure e scene di vita quotidiana, trattati non in chiave descrittiva ma interpretativa, con un uso del colore capace di strutturare l'immagine e di suggerire atmosfere più che dettagli. La sua pittura si inserisce nella linea della figurazione romana del Novecento, in dialogo con alcune aperture verso un realismo lirico, senza mai aderire alle avanguardie più radicali.
Artista indipendente, svolge la sua attività prevalentemente in ambito territoriale. La sua attività rappresenta una testimonianza significativa di quella pittura "silenziosa" che ha continuato a rinnovare la figurazione italiana nel secondo Novecento, mantenendo un equilibrio tra tradizione e ricerca personale.
Suoi dipinti si trovano presso il Comune di Palombara, la Casa della Salute e il castello Savelli, per il recupero ed il restauro del quale ha dato un importante contributo.
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Nato a Roma ma originario di Palombara Sabina ha lavorato ed esposto anche fuori dal territorio, ma il suo legame più forte resta proprio con l'ambiente e il paesaggio sabino. Oltre alla ritrattistica a cui si è dedicato fin dalle prime esperienze artistiche con grande successo, la sua pittura è legata alla natura, agli ulivi, ai paesaggi locali che rielabora i luoghi come interpretazioni sensibili e quasi poetiche spaziando anche verso nature morte e composizioni simboliche.
A Palombara Sabina sue opere ed importanti interventi di restauro si registrano nelle chiese di S. Biagio e di S. Egidio e nel castello Savelli. Ha lavorato in numerosi paesi della Sabina Romana ed in particolare nella chiesa di S. Maria del Carmelo a Montelibretti, dove ha realizzato 12 lunette con episodi tratti dal Vangelo, a Monteflavio, a Scandriglia, a Castel Madama e a Monterio.